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Una foto non è triste, triste è semmai quello che vedi nella foto

Solitamente non ricevo molti commenti alle foto che pubblico su Instagram. Quello che ho ricevuto stamattina però mi ha fatto molto riflettere sul significato della fotografia di strada, sull’impatto che può avere sulle persone che vengono ritratte e soprattutto su chi guarda le immagini pubblicate.
Vorrei condividere con voi queste riflessioni.

Ciao a tutti.

Stamattina, mentre andavo al lavoro, ho scattato e postato su Instagram la foto che vedete.

Ho ricevuto un commento che mi ha fatto riflettere. Vi riporto quanto mi hanno scritto:

Questa foto è triste. Anche se è un senzatetto merita il rispetto e la privacy di cui godono tutti. Non la trovo umanamente corretta. Vorrei vedere, se trovassi in giro una tua foto in un momento di difficoltà…

Solitamente non ricevo commenti alle foto pubblicate ma questo è stato molto particolare perché inizialmente mi ha turbato.

Poi ho riflettuto su quanto ho letto, sulla foto e ho risposto ringraziando prima di tutto per il commento ed esponendo in seguito le mie ragioni.

Per tutto il giorno però quelle parole mi hanno fatto pensare anche ad altre situazioni in cui mi sono trovato da quando ho in mano un dispositivo per fare fotografie.

Ci ho pensato su così tanto che ho deciso di condividere anche su questo spazio personale le mie impressioni, chiedendo anche il vostro parere.

Secondo me la foto non è triste ma è triste la situazione che documenta. Una persona che vive per strada sicuramente sta affrontando una situazione personale delicata, a meno che non abbia deciso spontaneamente di essere senza fissa dimora.

In ogni caso la privacy del soggetto fotografato è stata rispettata in quanto il suo viso non appare nello scatto che ho pubblicato.

Per mia natura poi, quando mi capita di incrociare lo sguardo del soggetto che desidero fotografare, chiedo sempre se posso farlo proprio perché non vorrei invadere la sua privacy o turbarlo con la mia foto; se ricevo un rifiuto a farsi fotografare lo accetto e proseguo per la mia strada.

Lo scopo della fotografia di strada è anche quello di documentare situazioni che altrimenti rimarrebbero nascoste, come in questo caso.

La linea di confine che divide la “street photography” con il reportage fotografico è molto sottile; può capitare perciò che in alcuni casi le immagini che vengono proposte siano molto forti dal punto di vista dell’impatto emotivo che provocano per la loro autenticità ma si rendono necessarie per rendere di dominio pubblico quello che accade tutti i giorni nel mondo che ci circonda e che il più delle volte si finge di non vedere, ignorandolo.

Occhio non vede, cuore non duole

Probabilmente vedere un’immagine di vita vera come quella che ho documentato io è sgradevole e turba gli animi di chi è abituato a vedere tante, forse troppe immagini di vita desiderata.

Ma (anche) questa è vita.

E voi cosa ne pensate?

Alla prossima.

By Levysoro

Trying to be photographer, traveller, runner, father, husband, worker, blogger... but not at the same time!
I love music, travelling, my wife and my son (who pushed me to try this adventure...)

11 replies on “Una foto non è triste, triste è semmai quello che vedi nella foto”

Una foto a un senzatetto viene ritenuta da molti fotografi come un qualcosa facile da scattare o meglio, così facile da scattare che diventa dozzinale. Non per il clochard però. Nel tuo scatto hai ritratto secondo me qualcos’altro, cioè il suo piccolo mondo fragile, costruito su un momento di appropriazione del suolo pubblico, che magari per sole 5-6 ore diventa casa sua. Quindi hai ritratto quel bisogno di casa, quel bisogno di quella persona. Altrimenti per essere uno scatto scontato, lo avresti ritratto quasi da vicino e quasi negli occhi.

C’è sempre da tenere il rispetto di tutti, ma qui non sei mancato di rispetto a nessuno, anche secondo me. Hai documentato.

Poi a volte devi anche metterti di fronte all’uso che ne fa la gente dei social. Non tutti possono comprendere una foto che deve documentare.

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Ciao Matteo.
La situazione in cui mi sono trovato quando ho visto quella persona mi ha colpito e il mio intento, quando ho scattato, era quello di documentare il contesto che tu hai descritto perfettamente, rispettando la dignità di chi veniva ritratto.
Per questo ti ringrazio per aver osservato attentamente la fotografia anziché guardarla distrattamente, come molti fanno sui social.
Ho visitato il tuo blog e sono d’accordo con te sulla ricerca di una storia dietro a ogni scatto, anche se non è facile.
In bocca al lupo e buona giornata.

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Grazie mille per la risposta….condivido tutto!
Riguardo al blog, sto pensando seriamente di trasferire qui su wordpress, quello che ho su Blogger (rullinofotografico.blogspot.it), vedo che c’è più condivisione di idee tra appassionati.

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Sono rimasta molto colpita da questo post. Io personalmente adoro fotografare ciò che mi circonda e odio quando foto di questo genere, che comunque nel loro piccolo comunicano tematiche che hanno un certo spessore al livello sociale, vengono utilizzate in delle pubblicità al solo scopo della speculazione.
Ho trovato notevole il fatto che sia stata preso particolarmente in considerazione il rispetto della privacy del soggetto della foto. Ci vuole una certa sensibilità per poter immortalare i momenti “veri” della vita.
Detto questo la foto mi piace molto.

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Ciao Peach.
Sono contento che la foto ti piaccia e ti ringrazio soprattutto per aver dato anche tu “conforto” alla mia tesi sulla fotografia.
Chi come te adora fotografare ciò che lo circonda credo lo faccia perché ama la vita che ogni giorno le viene regalata, con i suoi momenti belli e brutti.
E proprio perché ama la vita rispetta quella degli altri, come ho cercato di fare con la mia foto.
Spero di rileggere ancora un tuo commento, significa che ho raggiunto lo scopo del mio blog: condividere sensazioni.
Alla prossima.

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Ti lascio qui, sperando sia cosa gradita, un racconto che si abbina benissimo alla tua foto, con il quale vinsi un paio d’anni da un premio di merito.

L’Hotel Rimini

Clochard, senzatetto, coperti di stracci e cartoni, sulle panchine e nei sottopassi della stazione.
Paolo sale sul taxi, con un senso di disagio nello stomaco. Davanti all’hotel ammira gli addobbi, le luci natalizie, l’enorme albero, le decorazioni costosissime. Entra in cucina ancora con la valigia in mano.
«Quanti pasti hai preparato?»
«Quaranta».
«Quanti altri ne puoi preparare?»
Il cuoco risponde e Paolo soddisfatto chiama Radio Taxi.
Tre auto. Sgancia cinquanta euro ad ognuno e parla con i taxisti. Dopo mezz’ora ritornano con un carico di uomini e donne vestiti di stracci e lo sguardo smarrito.
Paolo sorride. Ora è Natale!

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Il confine è molto delicato. Ma è anche vero, in aggiunta a quello che dici tu, che i media ci sommergono di immagini “tristi”, siamo bombardati di foto, di video che descrivono una vita degradata, vuota, spezzata… lontana da noi! A volte giriamo il volto per non essere testimoni, per non partecipare a quella sofferenza o per paura.
Io credo sia necessario dare una immagine a quella sofferenza o alla nostra paura
Capisco la reazione di chi ha commentato, non siamo tutti uguali, ma sono d’accordo con te e ti ringrazio del messaggio che hai voluto dare.

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Grazie Roberta.
Per me, come canta Rod Stewart, ogni foto racconta una storia.
Io fotografo quello che provoca in me un’emozione e quando la pubblico su un post come ho fatto oggi mi aspetto una reazione, positiva o negativa che sia.
Sono d’accordo con te sul bombardamento da parte dei media di immagini tristi che i social media cercano involontariamente di bilanciare con immagini più leggere e spensierate.
Per questo ho accettato il commento fatto, perché la foto ha fatto riflettere chi l’ha vista.
Preferisco un commento a un “like” perché stimola il confronto.

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