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Il basket: dalla poesia in movimento di Michael Jordan al ballo di gruppo per anziani

Ciao a tutti.

L’altra sera un amico mi ha girato questa foto.

Da sinistra: Mamo, Kine, Paolino, Soro, un giocatore Ignoto, io, Nick

Da bravo fotografo l’ho osservata attentamente e ho subito pensato a una lezione di ballo di gruppo in un villaggio vacanze.

Non sembra anche a voi? Osservate con me:

  • Le quattro persone in primo piano sono più o meno accoppiate e stanno avanzando lentamente con gamba destra e braccio in avanti.
  • Il primo di tutti però ha il piede sinistro “erroneamente” in avanti e infatti la sua testa si sta girando perché si rende conto che sta succedendo qualcosa di strano
  • Dietro a lui, infatti, il suo “partner” appoggia la mano destra sul suo fondo-schiena come per avvisarlo che è fuori tempo.
  • Nascosto dai primi quattro un altro soggetto ha le gambe parallele e infatti la sua testa è leggermente piegata verso il pavimento, forse per verificare di essere nella posizione giusta.
  • I due soggetti più a sinistra poi sono completamente disallineati e hanno una postura totalmente asincrona rispetto agli altri; uno va per conto suo mentre l’altro osserva il resto del gruppo con lo sguardo un po’ sperduto e tirato per la fatica.

Ok, una lezione di ballo… per anziani, vista la quantità di grammi che sporge dai fianchi, il passo altrettanto pesante dei ballerini e l’anarchia nel tenere la posizione; però lo sguardo concentrato di tutti denota una tenacia e una volontà non indifferente.

Più riguardavo quella foto è più continuavo a ridere ripensando agli aneddoti divertenti collegati a ogni ballerino; quello che però mi faceva sbellicare dalle risate era la consapevolezza che non si trattasse di una lezione di ballo per anziani ma di una delle tante partite di basket estive al parco Grifone di Jesolo.

Basket? Eh, già! Anche se a ben vedere i giocatori possono far sorridere l’appuntamento della domenica mattina era quasi diventato importante, diciamo un rito, proprio come la messa del giorno di festa.

Come un rito conteneva tutti gli ingredienti giusti per “santificarlo”: dalle invocazioni dei santi per un tiro facile sbagliato o un tentativo di “americanata” allo scambio di un segno di pace tra i vincitori.

Non mancava la pietà per i vinti, che potevano riposarsi e meditare sui peccati commessi nell’attesa di sfidare nuovamente la squadra vincente.

Tutti ci mettevano un sacco di impegno malgrado l’età reclamasse e per questo il condimento principale di quei momenti erano le risate, a volte anche durante il gioco, così fragorose da costringere a fermarsi.

Ecco perché il basket va dalla poesia in movimento di Michael Jordan al ballo di gruppo per anziani delle nostre sfide estive.

Ebbene sì, basket… Sempre per anziani però!

Purtroppo anche con i balli di gruppo… pardon, il basket estivo, abbiamo dovuto smettere per sopraggiunti acciacchi. 

Per la cronaca, io sono quello che appoggia la mano sul sedere di quello davanti e il latore della foto è quello con la canotta scura e gli occhiali da sole.

Alla prossima.

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Un’immagine vale mille parole. Una in più fa la grande differenza

Ciao a tutti.

Interesting.

È la parola che Jean Pierre Laffont ha usato per commentare una fotografia che ho pubblicato su Instagram giovedì sera; aggiunta alle mille parole che valgono un’immagine (come disse Confucio) ha fatto la differenza. Anzi, la grande differenza, per citare Sebastiano Zanolli, colui che ha fatto diventare queste due parole il mio mantra per seguire la mia passione fotografica.

Quando scatto una fotografia cerco sempre di comunicare qualcosa, di raccontare una storia, reale o fantastica: insomma, un’immagine che parli al suo osservatore. Giovedì, mentre mi aggiravo per la mostra di Laffont alcune foto uscivano dalla sala attraveso le finestre per sovrapporsi come poster sulle pareti dei palazzi che si affacciano sul piazzale, ricreando un effetto stile “Blade Runner”, anche per il filtro azzurro che involontariamente le vetrate della sala riflettevano verso l’esterno.

Una storia fantastica, anzi fantascientifica, visto che mi ricordava quello che considero il film di fanatascienza.

Così ho preso lo smartphone e ho fatto qualche scatto, decidendo poi di pubblicare su Instagram solo quella che vedete, con i vari hashtag di circostanza.

Durante la serata tra i “like” è apparso anche un commento, in realtà l’unico ma rivelatosi poi determinante: “Interesting”, da un certo Jplaffont che poi ha iniziato a seguirmi.

Siccome non potevo credere che fosse proprio lui sono andato a vedere il profilo associato al commento e quando ho appurato che si trattava proprio dell’autore di “Turbulent America” l’ho immediatamente ringraziato, dopo essermi ripreso dallo stupore e dalla gioia.

È la prima volta che un fotografo professionista, oltretutto famoso, commenta una mia fotografia. Il fatto che si sia disturbato per esprimere un giudizio, anche se di una sola parola per me ha fatto la grande differenza perché è stato un giudizio positivo sul mio lavoro e mi fa pensare che quello che sto cercando di fare con le mie fotografie è… giusto!

Sono queste piccole soddisfazioni il combustibile che alimenta il motore della mia passione e che mi motivano ancora di più nella mia ricerca di storie fotografiche.

Alla prossima.

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È uno sporco lavoro, ma si fa anche questo per la pagnotta

Ciao a tutti.

Archiviare le fotografie prevede un’attenta selezione delle immagini per decidere quelle da conservare e da cancellare; in gergo giornalistico si dice “uccidere i propri figli” e il termine si adatta benissimo anche a me perché ogni volta che devo eliminare uno scatto ho un attimo di esitazione pensando, anche solo per un momento, che ogni foto meriterebbe di essere conservata. In realtà questa attività è molto utile per migliorare la propria visione critica.

È un lavoro sporco, ma qualcuno lo deve pur fare…

A proposito di lavoro sporco… Stavo riordinando le fotografie per “Umani Urbani” e mi è capitata davanti agli occhi questa immagine scattata a New York qualche anno fa. Osservandola ho notato i contrasti emergenti tra i due soggetti rappresentati e che vorrei condividere con voi tenendo conto che proprio i contrasti sono gli aspetti che mi interessano maggiormente quando fotografo.

Uno sporco lavoro…

Provate a osservare con me l’immagine, partendo dalle norme di sicurezza: a sinistra sono rispettate perché il lavoratore usa elmetto e guanti mentre a destra invece si sbraca con una kippah in testa e i guanti sono addirittura appoggiati sul bordo del camion, per tenere in mano con maggiore facilità la sigaretta (accesa, ovviamente).

Passiamo ora allo sguardo: il soggetto di sinistra cammina con la schiena dritta guardando avanti come un automa; quello di destra invece è molto rilassato, sta in piedi appoggiato alla sua pancia e guarda con sufficienza cosa sta succedendo dentro il compattatore.

Il contrasto più marcato che mi ha fatto scattare questa foto e che ha dato il titolo al post è legato alla diversa attenzione dei due individui nei confronti della pulizia, tenendo conto che ho ritratto un frammento della giornata lavorativa di due operatori ecologici: l’individuo a sinistra oltre ai guanti ha le braccia coperte e sotto l’elmetto usa una bandana; quello a destra invece usa una t-shirt a maniche corte e con la mano sinistra tiene un panino (!) perché mangia mentre lavora.

D’altronde è un lavoro sporco, ma qualcosa si deve fare per portare a casa la pagnotta! E se puoi, la pagnotta che ti sei guadagnato te la mangi subito, come in questo caso!

Alla prossima.