Ciao a tutti.

Prima di tutto state tranquilli: niente sesso, solo tecnologia.

Ho la sensazione che il “punto D” goda la stessa fama del famosissimo “punto G” e cioè che tutti siano convinti di sapere dov’è però nessuno l’abbia mai trovato veramente e, di conseguenza, “stimolato”.

Molti si staranno chiedendo cos’è questo “punto D”, visto che l’altro lo conoscono già (o no? Nel caso trovate un indizio su Wikipedia). Adesso proverò a descriverlo, abbandonando quello più piccante, perché vorrei leggere i vostri commenti e le risposte alla domanda che da il titolo al post.

La lettera “D” identifica la parola “Digitale“, che negli ultimi due anni è diventata l’altra metà di qualsiasi binomio collegato o meno alla tecnologia; a questa parola infatti si associano “marketing“, “business“, “branding” eccetera: la summa di tutto questo è la famosa “digital transformation” che sembra ormai entrata a fare parte del nostro quotidiano lavorativo e ci fa parlare di “Azienda digitale”.

Ecco, è proprio qui che vogliono soffermarmi, sulla reale conoscenza da parte delle aziende del significato di queste due parole . Quando mi confronto con imprenditori o manager sulla digitalizzazione spesso molti di loro sembrano saperne più del sottoscritto, citandomi tutti i termini come ho fatto io prima e dimostrando una vasta conoscenza della tecnologia e dei suoi risvolti sul business. Addirittura c’è chi mostra orgoglioso l’ultima app scaricata sullo smartphone, dichiarando ormai che la fase di digital transformation della sua azienda è completa. Non mi considero un guru di bitbyte però ho una discreta esperienza in materia e la mia opinione sulla digitalizzazione è leggermente diversa.

A questo punto la domanda sorge spontanea: dov’è il “punto D” del quale i più ne millantano l’esatta collocazione, come per il “punto G”?

Secondo me il “punto D” va ricercato (proprio come il cugino “G”) nell’intimità di un’azienda, in quell’ambito dove l’introduzione di tecnologie digitali fa “svoltare” permettendo di esprimere al massimo la potenzialità in termini di efficienza, fino a quel momento limitata da procedure obsolete, forse mai analizzate attentamente, o peggio risolte con l’introduzione dell’informatica “personale”.

A questo proposito vi sottopongo una domanda provocatoria: quante volte, in azienda, si utilizza Excel in modo “eterogeneo” (io direi “anarchico”, nel senso letterale del termine) anziché adottare soluzioni presenti sul mercato, specifiche per le esigenze aziendali e già pronte, che necessitano solo di integrazione con il proprio gestionale per sfruttare il database proprio come “base dati” sulla quale costruire le strategie aziendali o migliorarne l’efficienza?

Per evitare parallelismi troppo osè con l’altro punto mi faccio aiutare nella spiegazione dalle molteplici esperienze sportive personali; citando su tutte la pallacanestro perché è lo sport di famiglia, visto che anche fratello, sorella e padre ci hanno convissuto attivamente per moltissimi anni.

Nella pallacanestro, come in tutti gli sport, per prima cosa si insegnano i fondamentali: palleggio, passaggio, entrata a canestro e tiro. Solo al termine di questo percorso si può iniziare a crescere sportivamente; per fare un esempio, si fanno esercizi per imparare a palleggiare anche con l’altra mano, tirare in sospensione e da distanze sempre più lontane dal canestro eccetera. Al giorno d’oggi invece si vedono sempre più spesso giocatori che sanno palleggiare decentemente solo con una mano ma vogliono fare i passaggi dietro la schiena.

I risultati sono molto discutibili, per essere benevoli.

In azienda succede lo stesso: l’introduzione di un sistema informativo corrisponde all’insegnamento dei fondamentali, e bene o male ogni azienda questo l’ha imparato, pardon, installato. Quando si tratta di migliorare l’efficienza e l’efficacia le aziende ritengono di non avere più bisogno di imparare e si affidano ai prodotti d’ufficio di Redmond, già pronti e facili da usare anziché imparare a usare un nuovo strumento di lavoro e implementare soluzioni specifiche.

I risultati? Come per i passaggi dietro la schiena, anche se ufficialmente l’azienda è completamente digitalizzata; da qui la risposta più frequente a qualsiasi proposta di miglioramento è “non ci serve niente”.

Altra provocazione: quanto costa globalmente l’adozione di una soluzione simile, tenendo conto di risorse, tempo, ricorsività, probabilità d’errore?

Con queste affermazioni non voglio demonizzare che i prodotti di informatica personale siano deleteri per un’azienda; anzi li ritengo utilissimi se usati in modo estemporaneo; in caso di utilizzo sistematico forse è il caso di analizzare in maniera approfondita la situazione perché non fluida.

Torniamo alle similitudini tra i due punti: come per chi ne sostiene l’esistenza il “punto G” ha una collocazione diversa per ogni donna, anche il “punto D” non si trova esattamente nello stesso ambito aziendale; è importante quindi conoscere bene l’organismo per scoprire la sua esatta collocazione per poterlo esaltare.

Il problema, a mio avviso, è che nella maggior parte dei casi si trova in una zona agli antipodi di quello che si pensa: la testa.

Voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con me oppure avete una visione diversa?

Mi piacerebbe proprio saperlo.

Alla prossima.

 

 

 

 

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