PROSide: Comunicare nell’era della comunicazione

Ciao a tutti.

Il termine “Comunicazione” deriva dal latino “Communicare” che significa “rendere comune” con intento cioè di “reciprocità” soprattutto nella comprensione della comunicazione stessa.

Con l’avvento delle nuove tecnologie le modalità comunicative sono cambiate; il telefono, la radio, la televisione prima e la telefonia cellulare, internet poi hanno introdotto non solo un nuovo modo di parlare ma anche di scrivere.

Vorrei analizzare quelle che io considero le due forme principali di comunicazione: scritta e verbale.

Per la scrittura sembrano diventate di uso comune nuove convenzioni che a mio parere portano con esse più aspetti negativi che positivi.

Un esempio su tutti è dato dagli sms sui cellulari che hanno ridotto la scrittura in un messaggio in codice dove sono progressivamente scomparse le vocali e dove sostanzialmente la fonetica si è trasformata in grafia inventando anche nuovi simboli (Per esempio “x” al posto di “per” o “k” al posto di “ch”).

L’introduzione degli smartphone ha portato ad un ritorno progressivo alla scrittura “normale” ma l’avvento di Twitter e dei suoi messaggi da 140 caratteri ha fatto fare un nuovo passo indietro alla scrittura.

Ritengo quindi fondamentale che la comunicazione debba essere reciproca altrimenti si corre il rischio di non rendere comuni i propri concetti espressi.

Nella comunicazione verbale invece la globalizzazione e la tecnologia hanno introdotto progressivamente nella prlata corrente alcuni vocaboli che in realtà hanno significati se non contrari totalmente diversi tra la versione in lingua e la sua “italianizzazione”.

Vi faccio un paio di esempi ascoltati con le mie orecchie in ambiente lavorativo:

  1. “…Sono confidente sulla qualità del lavoro svolto…”: chi ha pronunciato questa frase intendeva sentirsi sicuro, fiducioso ma il significato del sostantivo “confidente” è “…Persona amica e riservata alla quale si rivelano abitualmente i propri segreti e sentimenti più intimi… (Dizionario Hoepli-Italiano) quindi totalmente differente.
  2. “…E’ mandatorio inserire quell’informazione per proseguire…”: in questo caso si intendeva obbligatorio inserire un’informazione per poter continuare ma la parola “mandatorio” oltre a non esistere in italiano si può avvicinare a “mandatario” che significa “…Chi ha ricevuto un incarico da parte di un’altra persona…” che mi sembra un po’ diverso, non trovate?

Capita spesso di ascoltare discorsi nei quali i due interlocutori non si capiscono anche se si spiegano perfettamente perché ognuno pensa che di fronte ci sia una persona che parla la sua stessa lingua o che usa la sua stessa terminologia.

Ho voluto scrivere di questo argomento in quanto il lavoro che svolgo mi obbliga ogni giorno a comunicare con colleghi e clienti; mentre con i primi un glossario tecnico è consueto con i secondi si rende obbligatorio una “traduzione” dei termini tecnici in un linguaggio di uso comune soprattutto durante la formazione sull’utilizzo di strumenti informatici; questo per evitare incomprensioni che sono sempre spiacevoli in un rapporto cliente-fornitore.

Sono convinto che la “farcitura” di un discorso con termini tecnici o “stranieri” sia paragonabile al “latinorum” de “I Promessi Sposi” citato da Renzo Tramaglino contro Don Abbondio cioè sia un tentativo di porsi in una posizione più alta rispetto all’interlocutore a svantaggio della comprensione.

Sono altresì convinto che riuscire ad esprimere concetti difficili con termini semplici e di uso comune sia indice di profonda conoscenza della materia e della lingua nonchè di capacità comunicative elevate.

Il detto “parla come mangi” (se si è educati nel mangiare…) sia sacrosanto.

Cosa ne pensate?

PS: Se alla fine di questo articolo siete riusciti a capire quello che volevo dire significa che sono riuscito ad esprimermi in modo corretto; in caso contrario fatemelo sapere che cercherò di migliorare la mia comunicazione scritta, almeno fino a che non avrò occasione di comunicare verbalmente…

Alla prossima

2 pensieri su “PROSide: Comunicare nell’era della comunicazione

  1. Condivido pienamente il tuo articolo, Luca. Mesi fa ne parlai con un nostro comune collega sostenendo che tanti pseudo guru del web nostrano riescono a vanificare completamente la loro opera di divulgazione trincerandosi dietro un linguaggio gergale che i profani non riescono a comprendere.
    A volte mi viene il sospetto che il loro “farcire” i discorsi con termini incomprensibili ai più, sia esattamente ciò che rappresentava, per i dotti stile Don Abbondio, il “latinorum” di cui scriveva Manzoni: un modo efficace, cioè, per mantenere un briciolo di potere.
    Chiudo con un’ultima considerazione: “esprimere concetti difficili con termini semplici e di uso comune” non è solo “indice di profonda conoscenza della materia e della lingua nonché di capacità comunicative elevate”, come sostieni giustamente, ma è anche un segno di umiltà.
    L’umiltà andata persa dai tanti che si sono messi in cattedra senza averne il titolo.
    Alberto.

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    1. Grazie Alberto per le tue considerazioni aggiuntive che mi trovano pienamente d’accordo.
      Umiltà è una parola che stride nel tempo che stiamo vivendo ma non ho ancora smesso di avere fiducia (e non di essere confidente…) in un futuro migliore grazie anche al contributo di persone come te.
      Due citazioni con lo stesso significato:
      “… Duri i banchi!” (Pitura Freska)
      “…Resistere, resistere, resistere…” (Francesco Saverio Borrelli)

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