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A.R.M.A. Rock – Finalmente un oggetto musicale per soddisfare i cinque sensi.

Ciao a tutti.

Vi ricordate degli A.R.M.A. Rock? Beh, vi rinfresco io la memoria rimandandovi alla lettura del post

A.R.M.A. Rock: il rock nudo e crudo, quello che viene dall’anima.

In quelle righe vi ho raccontato del loro esordio in digitale con le canzoni che riempivano, anzi straripavano “roots rock” da tutti i bit.

Visto che domani ricorre il Record Store Day voglio parlarvi nuovamente della loro musica tenendo in mano la copertina del loro CD, un oggetto che finalmente soddisfa tutti i cinque sensi. Per chi non lo sapesse il Record Store Day è la giornata internazionale dei negozi di dischi, celebrata per valorizzazione di questi strenui baluardi della musica solida che cercano di contrastare il dilagare di quella liquida, basata fondamentalmente sullo streaming in rete. Non sono contrario alla musica liquida, anzi anch’io sono un utente di Spotify e sono d’accordo con il loro claim “La musica è per tutti. Milioni di brani. Senza alcuna carta di credito” però provo ancora molta soddisfazione a toccare un disco in vinile, annusare la carta della copertina, guardare le copertine e gustare (anche) con le orecchie la musica che esce dai solchi di un disco o dalla sequenza di zero e uno di un CD.

Ma veniamo al disco degli A.R.M.A. Rock.

Il loro disco è un’altra sequenza di rock abrasivo, per le ruvidezza della voce di Alfredo e i riff di Andrea, accompagnati dalla solidissima e potente coppia “drum & bass” di Roberto & Marco.

Il primo pensiero che ho avuto ascoltando i primi tre pezzi è stato “se sono tutti così arriverò alla fine col fiatone!”. Fortunatamente “Pezzi” rallenta il ritmo e lascia il tempo a chi ascolta di respirare un po’. Questa pausa però dura poco perché dopo 4 minuti e mezzo si riparte di nuovo sparati per arrivare fino in fondo con “Lascia che sia io” che conclude il CD.

Il pezzo che mi piace di più è “Lasciatemi Stare” per il tempo stoppato della batteria (sono un po’ di parte, da pseudo-batterista di studentesca memoria…) e gli effetti usati con la chitarra.

Ritornando sulla soddisfazione sensoriale ho apprezzato il CD anche per altri motivi:

  • Il “packaging” ecologico in cartoncino anziché plastica
  • Il collage di foto all’interno
  • la foto stampata sul supporto che mi ha fatto venire in mente Trilogy, il disco di Emerson, Lake & Palmer che è stato il primo vinile arrivato in casa con lo stereo (è vero che Alfredo è rivolto verso l’obiettivo ma solo perché gli A.R.M.A. Rock sono quattro anziché tre…)
  • Gli autografi dei quattro componenti della Band, che arricchiscono il valore affettivo del disco.

Ho contattato Alfredo, la “voce” del gruppo, per avere le sue sensazioni dopo l’uscita del disco. Ecco cosa ha detto, anzi scritto:

Le emozioni raccontate da Luca sono quelle che effettivamente vogliamo trasmettere con la nostra musica e soprattutto con questo disco in cui abbiamo messo l’anima. Speriamo che chi ascolta possa “sentire”, oltre alle note, anche la passione e l’impegno che ci abbiamo messo. Presto ci saranno delle novità quindi… stay tuned!

Prima dei saluti vi riporto i ringraziamenti che la band fa a tutti con particolare attenzione a:

Tutti quelli che non ci hanno considerato, che ci hanno abbandonato e fatto soffrire, che ci hanno ostacolato. Senza di voi queste canzoni non esisterebbero.

Complimenti agli A.R.M.A. Rock, un gran bel disco nel quale hanno creduto, contro tutti e contro tutti.

Alla prossima.

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V Pa, still crazy after all these years!

Ciao a tutti.

Cosa vuol dire V Pa? E cosa c’entra la canzone di Paul Simon?

Ma andiamo con ordine.

A Dicembre qualsiasi occasione è buona per una cena di Natale: con i colleghi, con i genitori dei compagni di classe dei figli, con i compagni di corsa mattutina, con la squadra di calcetto e chi più ne ha (di stomaco) più ne metta (di cibo in bocca). Ah, una precisazione: per “cena con la squadra di calcetto” intendo proprio quello e non eventuali relazioni extra-coniugali. Mi raccomando…

Le cene di classe sono più difficili da organizzare, soprattutto quando dalla fine della scuola è passato molto tempo. Fortunatamente nel nostro gruppo si può contare su un paio di persone di buona volontà che quest’anno, dopo un bel po’ di tempo, si sono presi la briga di convocare tutti i componenti.

Dopo un paio di “appelli” a vuoto (vabbé, chi non ha mai fatto “manca” a scuola alzi la mano) e qualche discussione sulla data finalmente ci si è accordati per giorno, ora e luogo.

Ci siamo così ritrovati a Mestre 34 anni dopo il nostro diploma in 12+1 su 17: praticamente quasi tutti.

Assenti: Mauro e Paolo, perché non più tra noi ma sempre presenti nei nostri ricordi; Piero, per assioma (visto che la matematica serve?) perché lui aveva il libretto scolastico per giustificare le presenze anziché le assenze, Michele per problemi di salute familiari, Dario per impegni lavorativi improvvisi e improrogabili (quando il “paese” chiama, lui risponde).

Presenti: tutti gli altri 12+1 cioè Giampaolo, rimasto nella nostra classe e continuando a farne parte nelle attività extra-scolastiche come le partite di calcio o basket e le gite, anche se arrivato al traguardo del diploma un anno dopo.

La serata è stata occasione per ritrovare anche Massimo, un compagno che avevamo dato per disperso e che invece abbiamo scoperto aver passato un periodo della sua vita addirittura in Polinesia per ritrovare se stesso e disintossicarsi dall’informatica.

E proprio pensando alla Polinesia e all’informatica che ho riflettuto sui nostri anni a scuola. Nel periodo in cui studiavamo noi l’informatica, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, ci consideravamo dei privilegiati rispetto agli altri studenti di istituti tecnici perché i computer erano “macchine” utilizzabili solo da pochi eletti che ne conoscevano tutti i meandri.

Sperry Rand Univac 9200
Il pannello di controllo dell’Univac 9200

Nel nostro caso poi il termine “meandri” calzava a pennello perché l’esemplare di computer utilizzato, uno Sperry Rand Univac 9200 era di dimensioni talmente grandi che occupava da solo quasi tutto il laboratorio di informatica; quando qualcosa non funzionava poi il tecnico più qualificato per metterci le mani era un elettricista, altro che programmatori! Le luci e il pannello di controllo di quel “mainframe” ci facevano immaginare di essere all’interno di film come “2001 – Odissea nello spazio” mentre i nostri professori ci rassicuravano che un diploma in informatica avrebbe proiettato la nostra classe verso un futuro di sicuro successo in ambito professionale.

Illusione o realtà (virtuale)?

Beh, ritrovandoci dopo oltre trent’anni e chiacchierando tra una birra e l’altra ridevamo invece del fatto che meno della metà ha mantenuto fino ai giorni nostri un impiego direttamente legato a questa materia “futuristica”. L’altra metà di “quella sporca dozzina + 1” invece ha felicemente trovato la propria strada nel giornalismo televisivo, l’insegnamento, il marketing, la consulenza fiscale, l’avvocatura, il mondo bancario-assicurativo, il retail e perfino nell’agricoltura.

Il motivo di questa diaspora? In una scuola dove la materia principale consisteva nel creare… Pardon, scrivere “programmi” dal nulla per automatizzare i processi più disparati essere dotati di una mente aperta, fantasiosa, inventiva e un po’ fuori dagli schemi era prerequisito fondamentale per frequentarla.

Una mente così aperta da essere i primi nel nostro istituto a sfidare i professori in una partita di basket (vinta, of course), o da farci organizzare una gita scolastica con insegnante al seguito “virtuale” in quanto d’accordo con noi nell’accompagnarci fino alle porte dell’Urbe per poi lasciarci libertà assoluta, purché non ci facessimo del male fisico o arrestare dalle forze dell’ordine.

Menti che hanno permesso a tutti noi di trovare una propria dimensione nel mondo del lavoro.

Menti che più che aperte si potrebbero definire folli, precorrendo la famosa frase “stay hungry, stay foolish” di Steve jobs.

E anche quella sera ci siamo ritrovati come se non fosse mai passato il tempo, se escludiamo qualche capello in meno e qualche chilo in più: lo spirito è rimasto lo stesso, goliardico, scherzoso, cameratesco… Insomma, “still crazy after all these years”, proprio come canta Paul Simon.

Alla prossima.

 

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A.R.M.A. Rock: il rock nudo e crudo, quello che viene dall’anima.

Ciao a tutti.

Il mio impianto stereo è da poco tornato “a ranghi completi” con la riparazione del pre-amplificatore e allora ho deciso di inaugurarlo ascoltando il disco di una persona che conosco da un bel po’ di tempo per motivi lavorativi e che casualmente ho scoperto essere anche un bravo musicista.

Parlo di Alfredo e di A.R.M.A. Rock, il gruppo con base ad Alessandria del quale lui è voce e chitarra solista.

Dopo la scoperta della passione musicale di Alfredo ho acquistato e scaricato il loro EP d’esordio; come avevo già fatto per Dario Zennaro e il suo CD, “Circus”, ho deciso di fare la mia personalissima e modestissima recensione.

Cominciamo intanto dal nome della band.

A.R.M.A. è l’acronimo di Alfredo, Roberto, Marco & (suo fratello) Andrea e Rock è la loro musica. Contrariamente alle innumerevoli “tribute band” che non mi piacciono perché le ritengo senz’anima, gli A.R.M.A. Rock suonano e cantano pezzi originali, composti da loro. Parafrasando il jazz potrei dire “standard” ma chi ama questa musica sa che il paragone valorizza il sound degli A.R.M.A. Rock visto che gli standard sono considerati l’Ave Maria di ogni jazzista.

Nel caso degli A.R.M.A. Rock infatti il loro suono è nudo e crudo e l’aggettivo “standard” vuole valorizzarla paragonandola al “roots rock”, quello che non ti stancheresti mai di ascoltare e che ti fa ballare anche in auto, come ho fatto io durante gli ascolti prima di quello “ufficiale” sullo stereo.

Ascoltando le canzoni di questo EP ho notato “illustri” rimandi al rock nord-americano: Dave Matthews Band, Allman Brothers Band, Stevie Ray Vaughan per citare i primi artisti che mi vengono in mente. Quattro quarti, grandi riff di chitarra elettrica, batteria possente e basso virtuoso. Rock genuino, insomma.

La voce di Alfredo è graffiante e ruvida mentre i suoi riff puliti ma intensi. La base ritmica di Roberto e Marco è solida e robusta e permette ad Andrea di riempire la melodia delle canzoni di questo disco con i suoi ricami.

Anche i testi sono interessanti e tutt’altro che banali. Parlano di alti e bassi della vita quotidiana, e di donne, croce e delizia di ogni rocker. Parole vere, genuine come la loro musica.

Quello che traspare da questi pezzi è la voglia di questi quattro ragazzi di “suonare, suonare” (per citare Franz Di Cioccio e la PFM) e il piacere di stare insieme per condividere una passione: fare la musica che ti piace perché viene dall’anima.

Concludendo potrei definire il loro rock un’A.R.M.A.di intrattenimento di massa perché non importa gli spazi nei quali si esibiranno, sicuramente chi li ascolterà non rimarrà fermo troppo tempo prima di mettersi a ballare.

Ah, dimenticavo: nutrite la loro fame di musica comprando il loro EP, come ho fatto io, sul sito CDBaby.

Alla prossima.