Quando ero piccolo mio papà mi raccontò che in gioventù raggiunse la vetta del Monte Grappa, un massiccio delle Prealpi Venete che ha in cima un sacrario militare a ricordo dei caduti italiani e austroungarici durante la “Grande Guerra” (Così chiamata la Prima Guerra Mondiale). Questa montagna ebbe un’importanza militare strategica per le sorti italiane del conflitto.

Nelle mie fantasie di bambino le montagne erano tutte fatte a punta, piene di neve e altissime; per questo motivo mio papà, in quanto tale, aveva aggiunto alla sua aura di eroe metropolitano quella di indomito scalatore che aveva sfidato e raggiunto la vetta di una cima inarrivabile.

Sognavo di conseguenza che da grande avrei fatto lo stesso e scalato le montagne.

Crescendo invece i miei interessi si sono spostati più verso il mare che la montagna e il Monte Grappa veniva miseramente associato a una strada vicina a dove abitavo io o a una famosissima marca di penne stilografiche, dimenticando la scalata di mio padre e il conflitto del ’15-’18.

L’anno scorso, quando mio figlio è tornato dall’ultimo viaggio di studio all’estero, il regalo che mi ha portato conteneva una dedica che oltre a commuovermi mi ha fatto tornare in mente quando da bambino anch’io sognavo di diventare “come il mio papà”.

Un giorno, durante la pausa pranzo con un collega, tra i tanti discorsi abbiamo parlato di un libro di storia che Eddy (questo il suo nome) aveva letto sulla Grande Guerra e gli scenari di battaglia veneti. Lui conosce bene l’altopiano di Asiago e le Prealpi Venete e così, dopo avergli raccontato questo ricordo di bambino, gli ho fatto la stessa domanda che feci a mio padre tantissimi anni fa:

Scalare il Monte Grappa è difficile?

Lui mi ha risposto sorridendo che il Monte Grappa non si “scala” perché si raggiunge tranquillamente in auto.

Mentre Eddy mi raccontava che ci sono diverse vie per raggiungere a piedi la vetta e che si possono ripercorrere sentieri di guerra dentro di me ripensavo alle mie fantasie di bambino perché quella montagna da altissima, appuntita e piena di neve si era trasformata in un grande “panettone” un po’ brullo e facilmente raggiungibile.

L’aura eroica di mio padre però non si era oscurata anzi, mi aveva fatto tornare quel desiderio infantile di emularlo e quindi di conquistare quella vetta.

Così, quando gli ho detto che avrei voluto ripercorrere le orme di mio padre lui si è subito reso disponibile dicendomi che sarebbe stato ben contento di accompagnarmi. Si trattava solo di trovare la giornata giusta perché “sul Grappa” il tempo è sempre variabile.

Abbiamo guardato un po’ il calendario e in pochissimo tempo abbiamo deciso quale potesse essere il Sabato giusto per muoversi.

Sono tornato a casa contento come un bambino al quale hanno promesso un regalo; ne ho parlato con mia moglie che ha condiviso il mio entusiasmo e mi augurato “buon divertimento”.

L’eccitazione era tale che alla prima occasione di corsa con Claudio, il “Coach” di “Quelli delle 6” ho raccontato anche a lui cosa volevo fare e il mio entusiasmo è diventato contagioso perché ha voluto aggregarsi alla compagnia.

Due settimane di attesa e finalmente è arrivato il grande giorno: questo però ve lo racconto un’altra volta.

Alla prossima.

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