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Talks 2018: l’orgoglio di indossare una felpa nera

Ciao a tutti.

La foto di copertina di questo articolo ritrae il Talks Team, la squadra che è riuscita a organizzare, gestire e portare a termine con enorme successo la Convention di TeamSystem, denominata Talks 2018 e tenutasi a Milano dal 14 al 16 marzo, durante la Milano Digital Week.

Talks è stata una “prima volta” per due motivi:

  • La sede dell’evento, o la “location”, termine molto più di moda. Quest’anno la Convention si è tenuta a Milano anziché a Rimini, sede naturale di quest’evento e molto più vicina al quartier generale di TeamSystem a Pesaro.
  • La formula, che ha distribuito gli eventi in tre giorni anziché due, dedicati Clienti e Prospect il primo giorno, Software Partner il secondo e “last but not least” (ultimo ma non per importanza), i colleghi di tutte le sedi l’ultimo giorno.

Queste due novità, oltre a essere due incognite, erano anche due sfide molto ardue visto che a Milano l’organizzazione di eventi è un’arte e quindi c’era il rischio di sfigurare; inoltre la formula di tre giorni per avere successo richiedeva che l’organizzazione prolungasse lo sforzo mantenendo lo standard qualitativo sempre allo stesso livello elevatissimo di qualità e che ci fosse un’affluenza significativa di partecipanti.

Beh, entrambe le sfide sono state vinte perché la presenza è stata numerosissima e chi opera nel settore degli eventi ci ha fatto i complimenti per la capacità organizzativa.

Infatti, da quando sono arrivato martedì mattino e ho messo piede in Superstudio Più fino a quando sono uscito venerdì nel tardo pomeriggio ho potuto osservare da una posizione privilegiata come il Talks Team si è mosso per gestire questo “happening”.

Dagli allestimenti degli stand al coordinamento degli spostamenti di persone tra le varie sale, dalla gestione degli interventi che si sono susseguiti sul palco principale all’hacknight con 60 pizze ordinate per i partecipanti, tutta la squadra si è mossa in modo quasi invisibile ma con efficienza ed efficacia evidentissime.

Quando incrociavo lo sguardo di chiunque tra loro la tensione e la fatica erano evidenti ma c’era sempre una frazione di secondo per un sorriso o una battuta. E tutti si rendevano sempre disponibili per chiunque chiedesse aiuto.

Tutto in mezzo a una folla incredibile di partecipanti.

Ma perché ho scritto come titolo che sono orgoglioso di indossare una felpa nera?

Beh, prima faccio un piccolissimo passo indietro.

Anche per me Talks 2018 è stata la prima volta come componente dello staff del marketing e e siccome sono entrato da poco a fare parte di questo gruppo ben rodato e affiatato mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua, soprattutto perché la mia attività è stata maggiore in fase di preparazione che rispetto ai giorni del suo svolgimento, durante i quali ho dovuto presidiare lo stand di un prodotto.

Malgrado fossi “nuovo” sono stato trattato come se lavorassi da sempre con loro. Mi hanno accolto così bene che perfino quando durante una cena ho versato inavvertitamente un bicchiere di vino – rosso – sui pantaloni di una collega lei è riuscita a non arrabbiarsi, giustamente richiedendo però un congruo quantitativo di Prosecco da portare a Pesaro per berlo in compagnia e sdebitarmi.

Ma torniamo all’evento e al mio “orgoglio di felpa nera”.

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno, dedicato ai colleghi di tutte le sedi, i presenti stavano eseguendo delle attività di gruppo tutto il “Talks Team” è stato chiamato a raccolta per fare un primo consuntivo dell’evento. Malgrado non avessi svolto un ruolo attivo durante l’evento è stato detto anche a me di indossare la felpa nera e di partecipare a questo incontro.

È stato bellissimo sentire che le prime parole di chiunque tra gli interpellati fossero di congratulazioni per la qualità del lavoro dei colleghi. Mentre li ascoltavo guardavo la mia felpa e capivo che quei complimenti erano un po’ anche per me e questo mi rendeva orgoglioso di essere in mezzo a loro. Al termine siamo tutti saliti sul palco per condividere il ringraziamento da parte dei presenti e questo ha aumentato ancora di più il senso di appartenenza alla “squadra con la maglia nera”.

Ma il ricordo più bello di Talks 2018 e che mi ha fatto capire l’altissimo spirito di quadra è stato quando, in uno dei tanti momenti di “normale” agitazione, un collega ha abbracciato e baciato sulla testa un’altra collega come fa un fratello maggiore; la risposta al mio stupore per quel gesto, così inusuale in ambiente lavorativo ma naturalissimo per loro due, è stata:

“Sono vent’anni che lavoriamo insieme e lui sa come mi sento ora. Se non ci fosse avrei già mandato tutti a quel paese da un bel po’. È la spalla sulla quale appoggiarmi quando ho bisogno di riposo. Per fortuna che c’è.”

Sapere che lavoro assieme a persone simili stimola a impegnarmi ancora di più.

Alla prossima.

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Thank your lucky stars (sottotitolo: fortuna, incontri e leader, non capi)

Ciao a tutti.

Da qualche giorno su LinkedIn ricevo le congratulazioni di colleghi, amici e conoscenti per il mio settimo anniversario lavorativo; siccome questo traguardo costituisce il mio record di permanenza in un’azienda ho riflettuto su come sono arrivato qui: per meriti personali (credo) e per le “stelle fortunate” ma soprattutto chi per me è (stato) un “leader” più che un “capo”.

Fin qui tutto bene. Ma perché un articolo con quel titolo, sottotitolo e foto? Adesso ve lo spiego.

  • Il titolo: “Thank your lucky stars” è stato un programma della ABC Television, un network commerciale britannico, dove le opinioni e i giudizi sugli artisti del pubblico presente alle trasmissioni erano la caratteristica distintiva del programma. Nel periodo in cui Brian Matthew fu il presentatore fecero le loro prime apparizioni gruppi allora “emergenti” come i Beatles e i Rolling Stones.
  • La foto: le riflessioni su “i miei primi sette anni” mi portano ad assegnare una buona del merito di questo risultato a una persona che quando va in giro in moto mette la testa in quel casco. Mi pare ci sia una stella dipinta e quindi, per un’associazione di idee un po’ articolata, ecco svelato l’altro motivo.
  • Il sottotitolo è un po’ articolato ma è la parte che intendo approfondire perché più importante.

Spesso la parola “coincidenze” viene associata a “fortuna” quando tutto finisce bene. Nel mio caso ce ne sono state diverse però, sia nei fortunati che sfortunati la differenza tra leader e capo è stata determinante perché se avessi avuto un capo molto probabilmente non sarei qui a scrivere questo post.

Quelle fortunate furono tre: la prima che un mio amico era compagno di viaggio di una persona poi diventata mio collega e attraverso questa relazione il mio curriculum arrivò in azienda. La seconda, un paio di anni dopo la mia assunzione, il mio capo accolse la richiesta di due colleghi che mi volevano nel loro gruppo di lavoro per avere un supporto al prodotto sul quale stavano lavorando. Infine la terza: il blog personale mi ha permesso di essere “notato” e iniziare una nuova collaborazione in un altro comparto dell’azienda per scrivere sul blog aziendale.

Il filo che unisce questi episodi e quelli meno fortunati è il comportamento da leader del mio capo che ha fatto la differenza.

Nel colloquio per l’assunzione fu più interessata alle “soft skill”, le capacità relazionali, che a quelle tecniche, che comunque avrei dovuto acquisire. Dopo i primi sei mesi, quando ci fu una pesante flessione nel settore dove lavoravo e visto che a fine anno scadeva il mio contratto la prospettiva era grigia, mi offrì un’altra opportunità dandomi fiducia. Al momento di ridiscutere il contratto insistette per una modalità di riconferma che tenesse in considerazione anche le mie opinioni, andando anche oltre le mie aspettative. Fu lei ad acconsentire che mi unissi al gruppo di lavoro dei due colleghi malgrado questo avrebbe limitato la mia disponibilità per il suo staff e infine fu lei a propormi per il ruolo che mi ha portato alla mia attuale mansione, pur sapendo che si sarebbe privata di una risorsa.

Un “capo” probabilmente non si sarebbe preoccupato di offrirmi un’altra opportunità, non avrebbe preso in considerazione le mie richieste e non mi avrebbe lasciato seguire un altro progetto o addirittura proposto me per altre mansioni.

Un leader è al tuo fianco, un capo incombe sulla tua testa.

Ma la differenza che ritengo sostanziale tra leader e capo è legata alla modalità di gestione degli eventi: con pragmatismo e autorità ma sempre con serenità e soprattutto con sensibilità verso l’aspetto umano, che regola comunque ogni relazione, personale come professionale.

Lungimiranza, pragmatismo, autorità (e competenza, ovvio) sono doti che un “capo” deve possedere per ricoprire quel ruolo. Sensibilità e serenità però sono due doti che secondo me distinguono i “leader”, come nel suo caso.

Adesso spero di allungare la “striscia positiva” iniziata sette anni fa; questo però dipende soprattutto da me.

E voi, avete un “capo” sopra la testa o un “leader” al vostro fianco?

Prima di salutarvi, un suggerimento bibliografico: Essere leader, di Daniel Goleman.

Alla prossima.

 

 

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Surf The Change Tour: Aziende e Professionisti sono pronti a cavalcare l’onda del cambiamento?

Ciao a tutti.

Lunedì a Lamezia Terme si è tenuta l’ultima data del TeamSystem Surf The Change Tour, un evento itinerante che, da Torino a Taormina, ha portato oltre 2.000 rappresentanti di Aziende e Professionisti a confrontarsi con la trasformazione digitale e a circa 35.000 utenti sul web a seguirne le tappe .

Perché il nome “Surf The Change”? Adesso ve lo spiego.

La trasformazione digitale sta rivoluzionando il nostro modo di vivere e lavorare. Non mi riferisco solo alle app installate sui dispositivi mobili con i quali siamo sempre connessi al web ma anche alle nuove modalità operative imposte dalle nuove normative, come i rapporti verso la Pubblica Amministrazione e l’imminente fatturazione elettronica obbligatoria per il mondo B2B (Business to Business).

Queste nuove modalità operative richiedono il rinnovamento degli attuali strumenti tecnologici per il loro utilizzo anche attraverso l’utilizzo piattaforme collaborative e di condivisione basate sul web. Per esempio l’archiviazione documentale o il CRM (Customer Relationship Management – Gestione della Relazione con i Clienti), devono essere fruibili da ogni dispositivo. Lo stesso ragionamento vale però per i sistemi gestionali. Inoltre la digitalizzazione riguarda anche quelle attività come la validazione di documenti, fatta oggi con una firma sullo schermo di uno smartphone oppure, come ci propone la casa di Cupertino, anche attraverso il riconoscimento facciale.

Questa rivoluzione si può paragonare, per forza e dimensione, a una gigantesca onda.

E chi conosce il modo migliore per cavalcare le onde? I surfer, che scrutano il mare alla ricerca di quella “giusta”; quando arriva però il loro comportamento è diverso e ne identifica i caratteri distintivi:

  • l’indeciso, che lascia passare l’onda e perde l’occasione perché aspetta la prossima, sperando sia migliore!;
  • il maldestro, che si alza per cavalcarla ma ne viene travolto dall’irruenza e potenza dell’onda;
  • il preparato, che balza in piedi sulla tavola e sfrutta tutta l’energia dell’onda per andare il più lontano possibile, in perfetto equilibrio e sintonia con la tavola e il mare.

Con questa metafora possiamo identificare anche come le Aziende e i Professionisti si pongono nei confronti dell’opportunità che l’onda del cambiamento digitale offre loro per poter essere protagonisti anziché spettatori, “leader” anziché “follower”, se saranno in grado di utilizzare e sfruttare al meglio gli strumenti che si sono evoluti per rispondere a queste nuove esigenze.

L’argomento ricorrente durante i dibattiti che si sono svolti in ogni tappa è stato la nuvola, più noto come il “cloud”, diventato di fatto l’ambiente ideale per utilizzare tutti gli strumenti che ho elencato prima e avere le informazioni di cui si ha bisogno a portata di mano in qualsiasi momento, liberando così Aziende e Professionisti dagli oneri di gestione dell’infrastruttura hardware per concentrarsi esclusivamente sul business.

Durante le due tappe venete alle quali ho partecipato in prima persona ho ascoltato attentamente gli interventi e le domande dei presenti durante i dibattiti e ho percepito l’enorme curiosità, soprattutto anche quando si parlava di opportunità di finanziamento offerte dallo stato per progetti di innovazione (Quando si può risparmiare qualcosa non ci si tira indietro, no?) Questa grande curiosità però mi ha fatto sorgere un dubbio sulle capacità di “surfing” delle Aziende e Professionisti, cioè sulla conoscenza e padronanza di queste nuove tecnologie per poter essere competitivi. Il rischio in questi casi è di fare la fine del surfista attendista o di quello maldestro.

Ed è per questo che TeamSystem si rivolge ai propri clienti con eventi come il Surf The Change Tour: far crescere la cultura dell’innovazione tecnologica per fare in modo che al momento opportuno ogni nostro cliente sia un surfista preparato, in grado cioè di cavalcare l’onda e sfruttarne al massimo la potenza e l’energia per andare più lontano possibile.

Noi siamo pronti a fornire la tavola ideale e a insegnare ad Aziende e Professionisti come starci sopra in equilibrio a lungo e in modo stabile. E loro sono pronti a salirci sopra e cavalcare l’onda?

Alla prossima.

Photo credits: World Surf League