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Perché la corsa su strada può diventare una pratica sportiva pericolosa (anche senza auto).

Ciao a tutti. Domenica scorsa, dopo una pausa di riflessione durata una stagione intera, durante la quale ho realizzato che anche la corsa può diventare una pratica sportiva pericolosa, sono tornato nuovamente in strada a correre. Il motivo per cui ho maturato il pensiero sulla pericolosità della corsa è legato alle 4 costole che mi sono fratturato durante l’ultima uscita. La domanda sorge spontanea: un infortunio può capitare a tutti ma come ci si può rompere 4 costole correndo, escludendo l’ipotesi di un investimento stradale? Se avete pazienza ve lo spiego. Una domenica mattina di metà luglio ero uscito da solo per correre un’oretta con lo smartphone per catturare qualche “Selfie on the run” o fotografare qualche scorcio durante il percorso. Dopo solo 10 minuti mi sono reso conto che oltre al caldo l’aria era molto umida e siccome avevo idea di correre almeno per un’oretta volevo bagnarmi la testa per stare un po’ fresco. Le nego la strada c’era una fontana e allora mi sono avvicinato con cautela, perché tutto intorno era bagnato e scivoloso e non volevo cadere Purtroppo non sono stato attento a sufficienza perché, dopo il primo passo già un po’ instabile al secondo sono sci-volato gambe all’aria e precipitato rovinosamente a terra sul fianco destro. Una scena come si vedeva nelle comiche di tanti anni fa, quando un attore scivola facendo quasi un salto mortale all’indietro. La differenza tra me e un comico era che qui si faceva sul serio e che gli stunt-men sono abituati a cadere mentre io invece non ero assolutamente preparato. Che botta! In un attimo mi sono ritrovato da “homo erectus” a “homo sdraiatus”, completamente bagnato e con un fortissimo dolore alla schiena. Lentamente mi sono girato sul fianco e seduto di fronte alla fontana che continuava a zampillare acqua, come per prendermi in giro e sfidarmi a ritentare. Ho visto che non perdevo sangue e nulla mi pareva rotto; allora mi sono rialzato e ho ripreso a camminare convinto di poter anche riprendere la corsa dopo qualche minuto, ridendo di come avessi potuto fare quel volo e pensando a quanto mi avrebbero preso in giro gli altri runner di “quelli delle 6”. La realtà invece era ben diversa e poco divertente: facevo fatica a respirare a avevo delle fitte molto forti a metà schiena. Così, con le mani sulla testa come i prigionieri di guerra ho fatto dietro-front per dirigermi verso casa. Quando sono rientrato e mia moglie ha visto che avevo il viso bianco come un lenzuolo mi ha subito “ordinato” di andare in pronto soccorso; sono riuscito a contrattare una doccia prima di partire perché ero impresentabile. Anche in auto la situazione era tragicomica; mia moglie voleva correre veloce per arrivare il prima possibile ma ad ogni curva o rotatoria le fitte diventavano fortissime e allora siamo arrivati in ospedale quasi a passo d’uomo, un supplizio per lei che ama correre e voleva aiutarmi. Ecco la sequenza degli esiti delle radiografie:
  • Giorno dell’infortunio: “…si evidenzia frattura 6a e 7a costa destra, si richiede controllo il giorno successivo e riposo per quindici giorni” (2 costole!)
  • Giorno successivo: “…si conferma frattura 6a, 7a e 8a costa destra , controllo tra due mesi” (3 costole? Ma non erano 2!?)
  • Due mesi dopo : “…formazione incompleta del callo osseo in corrispondenza della frattura della 6a, 7a, 8a e 9a costa destra” (Ma come, adesso sono 4?) .
A questo punto ho deciso di smettere con le radiografie per evitare ulteriori fratture. Come ogni anno, dopo l’estate, arriva l’autunno e sono nuovamente uscito per camminare fino al luogo del misfatto dove, dopo 2 mesi, 22 giorni, 22 minuti ho ricominciato a correre, senza bagnarmi la testa. Siete d’accordo con me sulla potenziale pericolosità del podismo? Alla prossima.
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Selfie on the run: ritorno in strada, di nuovo un selfie!

505,01 KM percorsi, 28 Selfie on The Run

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Ecco le nuove T-Shirt con i personaggi di QD6

Ciao a tutti.

Da quando ero teenager il mio abbigliamento estivo consisteva prevalentemente in:

  • Blue-jeans di un colore solo: blu, senza la “e”
  • Scarpe da ginnastica; il termine sneakers non era ancora così in voga in Italia
  • T-shirt, rigorosamente bianca

Il bianco della T-Shirt era la tavolozza ideale per qualsiasi tipo di disegno, che veniva eseguito replicando a mano i nomi dei gruppi rock famosi presenti sulle copertine dei dischi in vinile, i logo di squadre di basket Statunitensi oppure quello che la fantasia ci faceva passare per la mente. Di tutte quelle che abbiamo fatto ne ricordo con un sorriso tre:

  • UCLA 32, il numero di Bill Walton quando giocava nell’Università di California Los Angeles (UCLA, appunto). Da quando l’indossai tutti mi chiamavano UCLA perché era anche l’anagramma del mio nome e nessuno pronunciava il nome correttamente perché il nostro inglese era un po’ “in divenire”.
  • Doc Jimmy, disegnata per l’amico Maurizio “Maigret” Bressan e ispirata dalla canzone “Doctor Jimmy (and Mister Jim)” presente nell’album “Quadrophenia” dei mitici The Who, diventato anche un musical con Sting tra gli interpreti.
  • The Odontoc, disegnata per un altro amico, Patrizio “Pat” Polverino che, dopo aver visto la T-shirt di Maigret, ne volle una con quella scritta perché lui studiava odontotecnica all’istituto tecnico.

La mania di disegnare T-Shirt mi è sempre rimasta anche dopo aver passato la teenage e così arriviamo ai giorni nostri, dove un paio di anni fa ho disegnato il logo di “Quelli Delle 6”, il nostro gruppo di runner.

Ovviamente stampare una maglia oggi è molto più facile rispetto a trent’anni fa e quindi si trattava solo di dare libero sfogo alla fantasia.

In occasione della Corsa di San Pietro di inizio luglio abbiamo deciso di indossare tutti la maglietta con il nostro logo; tutti a esclusione di Caveo che non è riuscito a trovarla. Dopo averlo preso in giro un bel po’ abbiamo parlato delle nostre maglie e abbiamo deciso che era giunto il momento di rinnovare l’abbigliamento.

Oggi sono felice di presentare le nostre nuove T-Shirt, che hanno raccolto le indicazioni del gruppo per quanto riguarda i colori ma che contengono anche una novità: siamo rappresentati noi cinque, i “padri fondatori” del gruppo; infatti nel tempo il gruppo QD6 ha conosciuto nuovi ingressi, aprendosi anche al gentil sesso, anche se la “Freccia Rosa” ci dava la birra (alla faccia del gentil sesso). Oggi però, come tanti anni fa, siamo noi cinque che manteniamo viva la “tradizione” podistica.

Facciamo insieme un giochino: guardando i personaggi impressi sulla T-Shirt sareste in grado di associare i nostri nickname?

Vi voglio aiutare per uno perché non lo indovinereste mai: Mek è associato all’immagine con le impronte dei piedi perché da un po’ di tempo lui corre con i “Five Fingers”. Se non ricordate gli altri nickname potete ricercarli tra i post più vecchi.

Ah, dimenticavo, se volete ricevere una T-shirt fatemelo sapere, ve la posso inviare a un prezzo “ragionevole” (Business is business…)

Alla prossima.